Nate come semplici immagini su un forum, le Backrooms sono diventate qualcosa di più di un semplice meme. Sono uno dei miti digitali più potenti degli ultimi anni. Corridoi giallastri, uffici deserti, luci al neon e una sensazione di disorientamento assoluto: è scontato dirlo ma basta poco per trasformare il quotidiano in incubo. Lo dimostra il fatto che oggi, quando questa estetica dell’assenza è passata dal web al cinema, è arrivata la conferma che l’orrore contemporaneo non ha bisogno di mostri visibili. Gli basta uno spazio vuoto, in qualche modo familiare ma anche profondamente sbagliato. E il gioco è fatto.

Una fotografia, un forum, un mondo

Tutto comincia nel maggio 2019 con una fotografia pubblicata in forma anonima su 4chan, in risposta a un thread che chiedeva immagini strane o inquietanti. L’immagine mostrava una stanza priva di mobili, tappezzata con carta da parati e moquette di un giallo spento. Nessun elemento narrativo, nessun personaggio, nessuna minaccia esplicita. La fotografia però era sbagliata, quasi irrisolvibile: sembrava familiare, come un luogo già visto in un sogno, ma al tempo stesso percepibilmente errata. Nel 2024 un’indagine collettiva online ha finalmente localizzato la fonte dell’immagine: risaliva al 2002 e proveniva da un negozio di oggettistica in ristrutturazione a Oshkosh, nel Wisconsin. C’erano voluti cinque anni per trovare la stanza.

Backrooms (Cortesia A24)
Backrooms (Cortesia A24)

Quella fotografia è diventata il seme di una mitologia partecipativa. Su forum, wiki, video, TikTok e Roblox, migliaia di utenti hanno costruito insieme un universo sempre più elaborato: le Backrooms come dimensione parallela, una rete labirintica e apparentemente illimitata di ambienti anonimi, corridoi e passaggi angusti, in uno spazio adiacente alla realtà ma segreto e inaccessibile. L’estetica che ne emerge, quella dei cosiddetti spazi liminali, ovvero luoghi progettati per il transito ma svuotati della loro funzione e dei loro abitanti, trova un terreno particolarmente fertile nel periodo della pandemia, quando quel tipo di ambienti deserti smette di essere eccezionale e diventa la norma.

Kane Pixels e la macchina dell’orrore

Poi, il colpo di genio. La svolta decisiva arriva nel 2022 con una webserie pubblicata su YouTube da un adolescente che usa il soprannome Kane Pixels. Si chiama in realtà Kane Parsons, soffre di artrite, passa gran parte del tempo al computer e costruisce i suoi video con un programma di grafica 3D e filtri che simulano le vecchie riprese in videocassetta. Il primo episodio della serie Found Footage accumula oltre 80 milioni di visualizzazioni e stabilisce una grammatica visiva per il fenomeno: niente jump scare, niente gore, solo spazi sempre più labirintici ripresi con la grana e l’instabilità di una camera VHS, con qualcosa fuori campo che non si vede mai del tutto.

La pandemia aveva già abituato il mondo a stare chiusi in ambienti standardizzati e vuoti. Parsons aveva capito, forse solo intuito, che quel disagio cercava una forma. L’ha trovata, e quella forma si è rivelata contagiosa.

Backrooms (Cortesia A24)
Backrooms (Cortesia A24)

Quando A24 chiama un ventenne

L’idea di portare le Backrooms al cinema arriva da A24, la casa di produzione e distribuzione americana che negli ultimi anni ha costruito un catalogo horror di culto, tramite James Wan, uno dei produttori e registi più influenti del genere. Wan segnala il progetto, A24 finanzia, e Kane Parsons passa dalla sua da cameretta alla regia del suo primo lungometraggio con un budget di circa dieci milioni di dollari. Praticamente nulla, per mettere in moto una produzione cinematografica “vera”.

Il cast include Chiwetel Ejiofor, noto per 12 anni schiavo, e la norvegese Renate Reinsve, protagonista di film d’autore premiati anche agli Oscar. Due attori di primo piano per un film costruito sull’assenza, sull’alienazione e su una estetica che il grande pubblico non aveva ancora visto su uno schermo cinematografico di quella dimensione.

Il risultato al botteghino ha sorpreso l’intero settore. Solo nel primo weekend italiano Backrooms ha incassato oltre 1,7 milioni di euro, mentre a livello globale ha superato i 144 milioni. Il dato che ha mandato in tilt i dirigenti degli studios, come ha scritto il Wall Street Journal, è quello del confronto: il film ha superato l’ultimo film Pixar, il sequel de Il diavolo veste Prada e quello di Scream, tutti titoli con budget di produzione e marketing di un ordine di grandezza superiore. La composizione del pubblico è eloquente: negli Stati Uniti l’86 per cento degli spettatori ha 35 anni o meno, due terzi sono under 25, quasi la metà under 21. Un’intera generazione cresciuta online, che è andata al cinema a vedere il proprio lessico visivo trasformato in film.

Backrooms (Cortesia A24)
Backrooms (Cortesia A24)

Il vuoto come diagnosi culturale

Quello che ha reso le Backrooms un fenomeno culturale è precisamente la loro ambiguità. Non sono un universo horror tradizionale: non c’è un antagonista con un nome, una storia, un’intenzione. C’è uno spazio che non risponde alle regole dello spazio, corridoi che non portano da nessuna parte, stanze che si rigenerano sulla base dei ricordi di chi le attraversa. Diverse analisi culturali le leggono come metafora della burocrazia, della monotonia degli ambienti di lavoro standardizzati, dell’alienazione prodotta da una modernità che costruisce luoghi identici ovunque e poi li abbandona.

La pandemia, orrore psicologico collettivo, ha accelerato questa sensibilità verso gli spazi vuoti e fuori uso. Ma l’estetica liminale esisteva già prima, accumulata negli anni nelle fotografie di centri commerciali chiusi, corsie di supermercati deserte nel cuore della notte, sale d’attesa di aeroporti all’alba. Le Backrooms non hanno inventato questa paura. Invece sono riuscite in qualcosa di ancora più importante e difficile: hanno saputo cogliere una nuova visione del mondo e darle un nome. Le Backrooms erano già nell’aria, solo che ancora non sapevamo come si chiamavano.

Il modello che cambia tutto

Backrooms (inteso come film) è anche una storia della trasformazione dell’industria culturale. Il passaggio da fotografia anonima su un forum a fenomeno globale con un film distribuito da A24 racconta come Internet abbia cambiato non solo la diffusione delle storie, ma la loro produzione. Parsons non ha convinto una major con uno script tradizionale: ha costruito un pubblico da zero, ha dimostrato l’efficacia dell’estetica con i numeri di YouTube, e ha portato al tavolo qualcosa che nessun marketing aveva creato. Tant’è vero che un sequel è praticamente certo (anche se non è stato ancora annunciato).

Il caso Backrooms dimostra che l’orrore contemporaneo non è sintetico, non nasce in provetta, nei laboratori di sviluppo degli studios. Invece, nasce in una stanza vuota, giallognola, senza finestre, da qualche parte nel Wisconsin. E poi si diffonde, perché qualcuno ha intravisto in quella stanza qualcosa che conosciamo tutti anche se non sappiamo cosa sia veramente.