Oggi vi portiamo dentro Woven City, la città che Toyota ha costruito ai piedi del monte Fuji, sopra le macerie di una fabbrica abbattuta dal terremoto del 2011. Ci siamo entrati ad aprile 2026, sei mesi dopo l’apertura ufficiale della fase 1, quando la città ha smesso di essere un cantiere inaugurale e ha iniziato davvero a funzionare: duecentomila metri quadri di strade, case, laboratori, dove veicoli autonomi, robot di logistica, infrastrutture energetiche e residenti reali convivono nello stesso tessuto urbano. Abbiamo visitato l’Inventor Garage e parlato con i tecnici al lavoro sui prototipi esposti. Qui il reportage completo.

Quando Toyota ha presentato il render di Woven City al CES del 2020, sembrava il classico annuncio destinato a vivere nei comunicati stampa e a non arrivare mai sul terreno. Una città di duemila abitanti ai piedi del monte Fuji, con strade dedicate a veicoli a guida autonoma, robot di servizio, infrastrutture intelligenti e un orizzonte temporale lasciato volutamente vago. Cinque anni dopo, il 29 ottobre 2025, Toyota ha celebrato l’apertura ufficiale della fase 1. Le strade ci sono. Le case ci sono. I primi residenti, i primi inventori, hanno iniziato a muoversi tra edifici curvi e marciapiedi nuovi nel comune di Susono, prefettura di Shizuoka.

L’investimento, di cui Toyota non ha mai pubblicato la cifra ufficiale, è stimato in alcuni miliardi di dollari. Ma la domanda interessante non è quanto sia costata, ma perché un costruttore d’auto che produce circa dieci milioni di veicoli all’anno abbia deciso di costruire una città intera invece di limitarsi a un campus di ricerca recintato. La risposta, come spesso accade nella cultura industriale giapponese, sta all’incrocio tra una visione strategica chiara e un’eredità famigliare che dura un secolo.

Una città non è un laboratorio

Non è un centro di ricerca con qualche edificio simbolico intorno. È una città funzionante, abitata da persone reali che vivono, lavorano, comprano caffè, prendono autobus, fanno la spesa. La Le tecnologie sviluppate qui non verranno provate unicamente in condizioni di laboratorio o di circuito di prova, ma esposte alla complessità imprevedibile di un sistema sociale in funzione.

Il nome non è casuale. Woven in inglese significa tessuto, intrecciato: Toyota nasce nel primo Novecento come Toyoda Automatic Loom Works, azienda di telai industriali fondata da Sakichi Toyoda, e il riferimento al tessuto è letterale prima che metaforico. La città è pensata come un tessuto urbano dove competenze diverse si intrecciano: ingegneria automobilistica, robotica, logistica, energia, urbanistica, intelligenza artificiale.

Toyota distingue formalmente due categorie di abitanti: i weavers, residenti e visitatori che vivono lo spazio, e gli inventors, le aziende che vi sviluppano prototipi. La lista degli inventors confermati va oltre l’automotive: oltre a Toyota IndustriesDenso e Aisin, ci sono DaikinNissin Food ProductsUCC Japan, la startup di bevande DyDo Drinco e l’azienda californiana Joby Aviation sui velivoli a decollo verticale elettrico. Il concetto centrale ripetuto in ogni presentazione è kakezan, parola giapponese che significa moltiplicare: combinando elementi diversi si ottiene qualcosa di più della loro somma.

L’effetto, una volta dentro, è straniante. Camminando sui marciapiedi in cemento liscio, sotto edifici dalle facciate curve verso l’alto, capita di incrociare panchine stampate in 3D, autobus modulari che a seconda dell’ora della giornata diventano sale gaming, cucine itineranti, boutique mobili. Sotto i piedi, una rete di tunnel sotterranei dove circolano robot di logistica che spostano pacchi tra le abitazioni senza incrociare mai il traffico di superficie. Persone, veicoli e merci viaggiano su tre piani fisicamente separati.

Sopra le macerie del 2011

Il sito non è stato scelto a caso. Per oltre cinquant’anni, dal 1967, l’area di Susono ospitava la Higashi-Fuji Plant, una fabbrica Toyota dedicata a pezzi e prototipi. Il terremoto del Tōhoku del 2011 la danneggiò pesantemente e nei dieci anni successivi venne smantellata. Su quelle rovine sorge oggi Woven City, e parte della struttura originale è stata mantenuta come Inventor Garage, lo spazio dove vengono prototipate le tecnologie prima dei test sul campo.

L’ironia visiva, una volta entrati dentro l’Inventor Garage, è esplicita. In mezzo a stampanti 3D, robot di logistica e droni di test sono stati conservati alcuni macchinari originali della vecchia fabbrica e il tabellone luminoso che ne segnalava le fasi di produzione. I centoventicinque lavoratori trasferiti da Higashi-Fuji a metà ottobre 2025 sono in molti casi ex operai dell’impianto, riassunti in ruoli di test e supporto sui nuovi prototipi.

Mobilità a trecentosessanta gradi

Le tecnologie in test coprono uno spettro più ampio di quello che ci si aspetta da un costruttore d’auto. Gli e-Palette, presentati al CES 2018 e ora in operazione effettiva sul tessuto urbano, sono veicoli modulari completamente autonomi: parallelepipedi su ruote riconfigurabili in poche ore come autobus, sale karaoke, cucine, boutique itineranti.

Poi c’è lo SWAKE è uno scooter elettrico personale a tre ruote, capace di inclinarsi come una motocicletta in curva. Un robot di parcheggio dialoga via radio con automobili tradizionali equipaggiate con un piccolo ricevitore, prendendo il controllo di sterzo e freno per parcheggiarle in autonomia anche senza guida autonoma integrata.

Sul fronte energia, la città funziona come una rete distribuita: i veicoli elettrici parcheggiati fanno da accumulatori per la rete della città stessa, riducendo il bisogno di sistemi di storage stazionari. Sul fronte aria, Daikin Industries sta lavorando a un sistema di ventilazione integrato a livello urbano che riduce inquinamento e pollini in maniera personalizzata per l’individuo.
Sul fronte aereo, la partnership con Joby Aviation sui velivoli eVTOL è stata estesa nel 2024 con un investimento Toyota di cinquecento milioni di dollari, dopo i quattrocento iniziali del 2020. In foto, un volo di test effettuato in zona Woven city già nel 2024.

Ma oltre all’hardware l’innovazione viaggia attraverso il software: modelli di intelligenza artificiale sviluppati interamente da Toyota e un’infrastruttura dati che Toyota chiama Kaizen Digital Platform. Una piattaforma di simulazione che modella l’intera città, strade, flussi di traffico, catene logistiche. Ogni decisione progettuale viene prima testata in digitale e poi rilasciata sul campo. È il digital twin applicato a scala urbana, e il nome non è casuale: kaizen, miglioramento continuo, è il principio cardine della cultura industriale Toyota, dagli anni Cinquanta in poi, ed è la stessa logica che oggi viene applicata a una città intera.

Una città a zero incidenti

L’obiettivo dichiarato, ripetuto come mantra in ogni presentazione, è uno solo: zero incidenti stradali. Una promessa che a un orecchio europeo o americano suona retorica, ma che in Giappone, dove la cultura ingegneristica del kaizen considera ogni difetto come problema risolvibile per definizione, viene presentata come obiettivo tecnico raggiungibile.

L’idea sottostante è che la sicurezza assoluta richieda di ripensare insieme tre cose che oggi vengono progettate separatamente: i veicoli, le strade e le persone. Solo controllando tutti e tre i livelli, e usando i dati prodotti da ciascuno per ottimizzare gli altri due in tempo reale, è possibile abbattere il margine di rischio statistico che oggi nessun costruttore può eliminare lavorando soltanto sull’auto. Woven City è il primo banco di prova al mondo dove queste tre variabili sono progettate insieme, a partire dal terreno nudo, da un’unica azienda con il controllo di tutta la filiera.

Toyota produce dieci milioni di auto all’anno. Poteva limitarsi a costruire la prossima migliore, e invece ha tirato su una città intera attorno all’idea che l’auto, la strada e chi le abita siano un’unica cosa da progettare insieme. Veicoli autonomi che si parlano, robot di logistica che sfrecciano sotto i marciapiedi, batterie parcheggiate che restituiscono energia alla rete, eVTOL pronti al primo volo. Tutto su scala 1:1, con persone vere che ci vivono dentro. Non un render, non una promessa per il 2040: è già lì, ai piedi del Fuji, e sta iniziando a funzionare. La domanda dunque non è quale sarà il futuro dell’auto, ma cosa arriverà dopo?