Cosa non è più una verifica
Negli Stati Uniti è obbligatorio verificare l’età di chi compra degli alcolici. Nella forma tradizionale, il controllo viene fatto a vista dal commesso o dal personale del locale che controlla brevemente un documento fisico di identità: normalmente non è necessario creare una registrazione digitale permanente dell’identità dell’acquirente: l’identificazione viene “cancellata” in modo naturale dai limiti della nostra memoria.
Con i sistemi digitali, invece, la verifica dell’età vuol dire accedere a informazioni sull’identità di una persona e, anche se viene “garantito” il contrario, è sempre possibile che le informazioni vengano registrate o comunque consentano di ricostruire l’identità digitale di chi si autentica.
In questi mesi è tornata l’idea di verificare l’età di chi usa determinati servizi internet (dai social ai siti vietati ai minori) o la rete Internet in generale e persino creare un account sui dispositivi informatici (smartphone, tablet, personal computer).
Internet è nata alla fine degli anni Sessanta con un’architettura per la privacy configurata su “anonimo” di default, lasciando liberi gli utenti e i fornitori di servizi di costruire sistemi di autenticazione e riconoscimento, di verifica dell’età e dell’identità, facoltativi. Il Web, dalla metà degli anni Novanta, ha conservato una forma di “casual anonymity“: si può navigare senza autenticarsi. Cosa succederebbe se il default diventasse “identificato“? E come potrebbe essere fatto?
In questa breve inchiesta cerchiamo di capire cosa sta succedendo, perché e come potrebbe trasformarsi l’accesso a Internet e ai dispositivi digitali.
Una corsa legislativa senza precedenti
Nel marzo 2026, l’Unicef ha rilevato che quasi 40 paesi nel mondo (su un totale di circa 210) stavano discutendo, proponendo, adottando o implementando restrizioni basate sull’età per l’accesso ai social media. Il fenomeno è stato innescato da un singolo evento: il 10 dicembre 2025 l’Australia ha fatto entrare in vigore la prima legge al mondo che vieta l’accesso ai social media ai minori di sedici anni, rendendo obbligatorio il blocco su piattaforme come TikTok, Instagram, Facebook, YouTube e X. E Nei primi due giorni di applicazione della legge, le piattaforme hanno disattivato più di 4,7 milioni di account di utenti under 16.

L’effetto domino è stato immediato: in Francia, il 21 luglio 2026, i parlamentari avevano approvato il divieto dei social media ai minori di quindici anni, facendo del Paese il primo dell’UE a tentare una misura di questo tipo. Ma il 14 agosto il Consiglio costituzionale ha bloccato la legge, giudicandola sproporzionata rispetto alla libertà di espressione e comunicazione e non sufficientemente garantista sul piano della protezione dei dati. Il presidente Emmanuel Macron ha chiesto di riformularla con l’obiettivo di riproporla nel 2027.
Intanto, il Parlamento europeo aveva già approvato nel 2025 una risoluzione con 483 voti a favore che raccomanda sedici anni come età minima per i social, con accesso tra i tredici e i quindici anni solo previo consenso genitoriale verificato, divieto di scrolling infinito e blocco di qualsiasi profilazione commerciale degli utenti minorenni. Negli Stati Uniti più della metà degli Stati ha introdotto proposte o leggi che prevedono forme di verifica dell’età, in particolare attraverso gli app store.
Il paradosso tecnico
La contraddizione centrale è chiara: per verificare l’età dei bambini, è necessario verificare l’età di tutti. Non esiste sistema capace di distinguere minori e adulti senza sottoporre ogni utente, indipendentemente dall’età, a un processo di identificazione. Conoscere quanti anni ha una persona significa, nella stragrande maggioranza dei casi, sapere anche chi è.
I metodi disponibili si dividono in cinque categorie principali, ciascuna con limiti specifici. La dichiarazione autonoma dell’età è facilmente aggirabile: in Australia, i download di VPN sono aumentati in modo record subito dopo l’entrata in vigore della legge, permettendo ai minori di raggiungere i social da indirizzi IP esteri. L’upload di documenti d’identità presenta rischi enormi di data breach; la stima biometrica tramite selfie o video richiede la raccolta e spesso lo stoccaggio di dati biometrici; l’autorizzazione via carta di credito esclude i giovani adulti senza carta di credito e senza storia creditizia; il collegamento ai registri fiscali o di identità statale crea invece tracce permanenti dell’attività online.
Chi è responsabile?
Il dibattito su chi debba farsi carico della verifica è almeno altrettanto acceso di quello sulle tecnologie. Le piattaforme social puntano il dito sugli app store, sostenendo che Apple e Google, in quanto gatekeeper naturali della distribuzione delle app, siano i soggetti più adatti a imporre controlli al momento del download. Un sondaggio citato da Meta indica che l’85% dei genitori americani sostiene l’idea di richiedere agli app store di verificare l’età e ottenere l’approvazione genitoriale prima che gli adolescenti possano scaricare app.
Il senatore Andy Kim, negli Stati Uniti, ha proposto il Digital Age Assurance Act, che sposterebbe il punto di controllo ancora più a monte, ai sistemi operativi stessi: chi produce iOS o Android dovrebbe raccogliere l’età dell’utente al momento della creazione dell’account. Altri esperti sostengono invece che nessun approccio unilaterale sia sufficiente e che la responsabilità debba essere distribuita tra piattaforme, app store, sistemi operativi, governi e famiglie. Il problema pratico rimane aperto: su chi ricade la responsabilità legale in caso di fallimento del sistema?
La via europea: portafogli digitali e prove crittografiche
L’Unione Europea ha imboccato una strada tecnicamente ancora più ambiziosa. Ad aprile 2026 la Commissione ha annunciato che l’app di verifica dell’età è tecnicamente pronta: si chiama “mini-wallet” ed è un sottoinsieme anticipato del più ampio European Digital Identity Wallet (EUDI Wallet), che tutti i 27 Stati membri dovranno rendere disponibile entro la fine del 2026 ai sensi del regolamento eIDAS 2.0. Anche l’Italia, che è all’avanguardia con i sistemi di autenticazione online come SPID e CIE, è coinvolta con una proposta legislativa in corso al Senato che prevede il divieto di account sui social media per i minori di quindici anni e l’obbligo di verifica tramite mini-portafoglio nazionale.
Il principio tecnico alla base è quello delle zero-knowledge proofs (“prove a conoscenza zero“): quando una piattaforma chiede se l’utente è maggiorenne, il wallet non trasmette la data di nascita, ma genera una prova matematica crittografica che la condizione è soddisfatta senza rivelare il valore effettivo. L’utente dimostra di essere adulto senza comunicare nome, data di nascita o indirizzo: il sistema riceve solo un sì o un no. Google ha integrato una soluzione analoga in Google Wallet già dal maggio 2025, con la piattaforma di dating Bumble come partner di lancio.
Privacy, sorveglianza e diritti civili
Le organizzazioni per i diritti digitali hanno sollevato allarmi significativi. Un sistema di verifica dell’età su larga scala costruisce un’infrastruttura di sorveglianza in cui ogni interazione con una piattaforma può essere collegata a un’identità verificata, con implicazioni per la libertà di espressione, il dissenso politico e l’accesso a informazioni sensibili.
C’è anche un rischio di esclusione: molti utenti adulti rinunceranno ad accedere a contenuti leciti piuttosto che consegnare i propri dati, comprimendo lo spazio del dibattito pubblico online. Senza contare che bisognerà avere uno smartphone per poter accedere ai servizi, e per quanto sembri incredibile non tutti lo vogliono o lo possono usare: ad esempio: anziani, persone con disabilità.
Nel marzo 2026 centinaia di accademici hanno avvertito i governi che i controlli dell’età non dovrebbero essere introdotti sui social media prima che le preoccupazioni di sicurezza e privacy siano adeguatamente risolte. Nel giugno 2025 la Corte Suprema degli Stati Uniti, nel caso “Free Speech Coalition v. Paxton“, ha aperto la strada a leggi statali di verifica dell’età molto più invasive, stabilendo che nessun adulto può vantare un diritto costituzionale ad accedere a contenuti sessualmente espliciti vietati ai minori senza presentare prova dell’età.

Anche le zero-knowledge proofs, avverte la Electronic Frontier Foundation (Eff), non sono esenti da rischi: l’emittente dei token su cui si basano questi sistemi può comunque tracciare ogni utilizzo della credenziale, costruendo una scia di metadati sull’utente.
Un mercato miliardario
La dimensione economica del fenomeno non va sottovalutata: il mercato globale dell’identity verification vale già 15,78 miliardi di dollari nel 2026 e, secondo le stime di Mordor Intelligence, è proiettato a raggiungere i 26,8 miliardi entro il 2031 con un tasso di crescita annuo composto dell’11%. Il solo segmento della verifica dell’età era stimato a 13,6 miliardi di dollari nel 2023 e potrebbe superare i 42 miliardi entro il 2031, secondo Verified Market Research.
Goode Intelligence prevede che il mercato raggiungerà le 9,8 miliardi di transazioni di verifica all’anno entro il 2028, includendo ora anche i chatbot basati sull’intelligenza artificiale come nuova categoria soggetta a regolamentazione.
Dietro la questione della tutela dei minori si è dunque strutturata un’industria con interessi economici rilevanti. I deepfake, le frodi d’identità e la corsa alla conformità regolatoria stanno alimentando investimenti crescenti in un mercato frammentato: i cinque principali fornitori controllano meno del 40% dei ricavi complessivi. La pressione regolatoria è anche pressione commerciale.
Quattro scenari per il futuro di Internet
Il panorama può evolvere in quattro direzioni distinte. Il primo scenario è la frammentazione: paesi e regioni adottano sistemi incompatibili, creando un Internet a geometria variabile in cui l’accesso dipende dalla giurisdizione; le piattaforme globali si trovano a dover gestire decine di regimi normativi diversi, con costi e complessità crescenti. Il secondo è l’armonizzazione tecnologica, con l’adozione diffusa degli standard europei basati su zero-knowledge proofs e wallet digitali; i rischi per la privacy si ridurrebbero, ma l’infrastruttura richiede cooperazione internazionale e tempi lunghi.
Il terzo scenario è il fallimento pratico: le leggi si rivelano troppo costose o facili da aggirare e vengono applicate solo formalmente, mentre VPN e account fittizi restano lo strumento di elusione preferito. Il quarto, forse il più dibattuto tra esperti di diritti civili, è quello della sorveglianza normalizzata: la verifica dell’età diventa il primo passo verso un Internet in cui l’anonimato è di fatto eliminato e ogni attività online è collegata a un’identità verificata, con implicazioni per il dissenso politico, la libertà di espressione e la struttura stessa della società digitale.
La domanda che sottende l’intero dibattito rimane senza risposta certa: è possibile proteggere i minori senza costruire un sistema di identificazione universale? Le tecnologie, o almeno alcune di esse, ci sono già. La volontà politica si sta coagulando in modo rapido e convergente; quello che manca è ancora la risposta a una domanda: quale prezzo siamo disposti a pagare?
Alcune fonti di questo articolo:
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- https://www.bbc.com/news/articles/cn48n18pg1eo
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- https://agemin.com/insights/global-age-verification-laws-2026

