Questo articolo fa parte di una mini-serie di tre dedicati approfondimenti dedicati alla scienza dietro alcune pratiche divinatorie: I-Ching, Aruspicina e Tarocchi.
Perché l’umanità ha fatto sistematicamente ricorso a forme di “divinazione” per prevedere il futuro? Abbiamo provato a esplorare in maniera scientifica quali sono le ragioni dietro alla superstizione. E ce ne sono varie: dal controllo sociale alla legittimazione del potere. Ma anche la gestione dell’incertezza: un’assenza di probabilità matematiche, la divinazione offriva un metodo ritualizzato per “consultare” l’ignoto prima di guerre, alleanze o riforme politiche. Superstizione come strumento decisionale empirico, insomma.
Le domande non sono finite, però. Per esempio: a cosa serve la divinazione oggi, in un mondo dominato dalla scienza e dalla tecnologia? Perché i Tarocchi, dei quali abbiamo parlato qui, sono considerati superstizione (anche se stanno tornando di moda) mentre il cinese I-Ching (ne abbiamo parlato qui) è considerato una meditazione filosofica di grande profilo? E soprattutto, quali altri grandi sistemi di divinazione possiamo ancora esplorare?
Siamo tornati indietro nel tempo per analizzare una delle grandi tradizioni della divinazione. Quella che gli antichi romani avevano mutuato dagli etruschi: l’aruspicina.
I libri sacri perduti
L’aruspicina (dal latino haruspicina) nasce nell’antica Etruria corrispondente oggi principalmente alla regione Toscana, estendendosi inoltre all’Umbria occidentale (fino al fiume Tevere) e al Lazio settentrionale (alto Lazio o Tuscia). L’aruspicina nacque tra l’ottavo e il quarto secolo avanti Cristo come parte di un sistema di divinazione codificato in sedici libri sacri, oggi perduti, che i romani chiamavano disciplina etrusca.
Al centro della pratica c’era l’esame sistematico delle viscere degli animali sacrificati, in particolare del fegato: forma, colore, anomalie costituivano un alfabeto di segni attraverso il quale gli esperti, gli haruspices, leggevano il favore o lo sfavore degli dèi. Era una pratica quasi burocratica, formalizzata in una serie di regole “razionali”. Non pensate all’estasi del sacerdote, alla trance del celebrante, alla poesia ermetica. Invece, si trattava di una osservazione tecnica, basata su regole fisse, con dei modelli fisici di riferimento. Il Fegato di Piacenza, un manufatto bronzeo suddiviso in settori che corrispondono alle regioni celesti etrusche, ne è la testimonianza più eloquente.
Religione civica romana e sistemi oracolari
| Sistema (origine) | Attori / contesto | Metodo / logica | Funzione / output |
|---|---|---|---|
| Auspicia (Roma) | Collegio degli àuguri, Stato romano | Osservazione segni naturali, schema binario | Validazione decisioni pubbliche → fas / nefas |
| Aruspicina (Etruria → Roma) | Aruspici, consultati dal Senato | Analisi viscere secondo codici fissi | Interpretazione prodigi e crisi → responso guidato |
| Pontifices (Roma) | Collegio sacerdotale centrale | Norme rituali, calendario, diritto sacro | Gestione religione civica → prescrizioni |
| Quindecemviri (Roma) | Collegio sacerdotale | Consultazione Libri Sibillini | Risposta a crisi → riti da compiere |
| Oracolo di Delfi (Grecia) | Pizia + sacerdoti, mondo greco | Trance profetica, linguaggio ambiguo | Consiglio politico-religioso → oracolo interpretativo |
A differenza della Pizia di Delfi, la sacerdotessa di Apollo che a Delfi pronunciava responsi in stato alterato di coscienza, spesso in esametri sconnessi e ambigui poi interpretati dai sacerdoti del tempio, gli aruspici operavano con metodo induttivo. Le sacerdotesse di Apollo facevano spettacolo, oltre che divinazione, ed erano temute per questo. Alteravano lo stato della coscienza usando trucchi oggi perduti: a lungo si è pensato che la trance mistica fosse l’effetto di un vapore allucinogeno di origine sotterranea, anche se le analisi geologiche moderne hanno escluso con tutta probabilità la presenza di gas sotto il tempio delfico.
Invece, gli aruspici, sacerdoti storicamente maschi, erano molto più prosaici: nessuna possessione divina. L’aruspice era un tecnico che applicava protocolli trasmessi per generazioni. La differenza è sostanziale: dove la mantiké greca privilegiava l’ispirazione profetica, la tradizione etrusco-romana costruiva un apparato di regole verificabili, per quanto fondate su premesse cosmologiche che oggi ovviamente non condividiamo più. La superstizione eletta a regola e sistema.
Il posto degli aruspici nella macchina dello stato
Il pragmatismo della Repubblica e poi dell’Impero romano sono la chiave per capire cosa vuol dire realmente “superstizione”: da un lato c’è un aspetto magico, ma dall’altro essa è parte dei tentativi, propri della natura umana, di prevedere l’incerto futuro. Una cosa che facciamo ancora oggi in maniera analitica e scientifica ad esempio con le previsioni del meteo o degli andamenti dei mercati finanziari.
Il rapporto è complesso: la rappresentazione moderna nei film è troppo semplicistica: per i romani l’aruspicina era una pratica seria e importante, quindi regolata, ma non era certamente l’unica. La vita della “caput mundi” era complessa e utilizzava la religione come un elemento istituzionale della civitas.
Per questo Roma antica integrò l’aruspicina nel proprio apparato istituzionale, ma la tenne distinta dalle pratiche autoctone. Il cuore della religione civica romana erano gli auspicia, gestiti dal collegio ufficiale degli augures, sedici membri eletti dall’élite patrizia (come i libri perduti degli etruschi) che osservavano il volo degli uccelli, l’alimentazione dei polli sacri, la direzione dei fulmini dentro lo spazio consacrato del templum. Gli auguri decidevano se un’azione pubblica fosse fas (fausta, cioè favorevole) o nefas (nefasta, cioè da sospendere): elezioni, battaglie, inaugurazioni, leggi.

Gli aruspici restavano invece “stranieri”, tecnici etruschi convocati dal senato per le emergenze: prodigi eccezionali, terremoti interpretati come segni di collera divina, fulmini anomali, nascite mostruose. Il loro ordo haruspicum non fu mai un collegio ufficiale romano. Questa distinzione gerarchica riflette la mos maiorum, la consuetudine degli antenati: gli àuguri per l’ordinaria amministrazione del sacro, gli aruspici per le crisi che richiedevano competenze specialistiche. La pratica sopravvisse dalla Repubblica fino al 408 dopo Cristo, quando venne consultata un’ultima volta durante l’assedio di Alarico.
Ci credevano tutti? Era “legge”? Era “scienza”? La realtà, com’è ovvio, è più complessa delle semplicistiche risposte binarie sì/no. Marco Tullio Cicerone rappresenta la tensione interna a questo sistema. Razionalista convinto, difendeva gli àuguri come pilastri della res publica e saggezza ancestrale, ma criticava gli aruspici come praticanti di una pseudoscienza “straniera”. Nel suo libro De Divinatione smontava le pretese della divinazione con argomenti che anticipano il pensiero scettico moderno, eppure riconosceva agli auspici una funzione politica insostituibile. Come dire: non ci credo, ma funziona.
Tecnologie cognitive prima della statistica
Bollare tutto questo come superstizione significa applicare retroattivamente un filtro che non esisteva. La razionalità antica non era riduzionista nel senso moderno del termine: integrava la causalità empirica (i romani erano grandi ingegneri capaci di costruire acquedotti straordinari perché osservavano cause ed effetti fisici) con l’idea di un ordine divino sottostante, accessibile attraverso rituali codificati. Gli dèi incarnavano quelle variabili che oggi chiamiamo caso, fortuna, rischio sistemico. La differenza rispetto a noi non è nell’intenzione o nel desiderio di fare un’analisi razionale. Invece, la chiave che bisogna utilizzare per capire le differenze tra ieri e oggi è il fatto che, in assenza di calcolo probabilistico e modelli predittivi, la divinazione funzionava come tecnologia cognitiva e sociale per gestire complessità, consenso e rischio.
Un esempio è quello che oggi chiamaremmo una forma di manipolazione che espone la potenziale cattiva fede di chi interpretava i segni divini: i responsi ambigui. Questi, infatti, non erano un difetto del sistema ma una caratteristica progettuale. Favorivano la confirmation bias delle élite già orientate verso una decisione, legittimandola con l’approvazione divina. Un responso favorevole “dimostrava” che gli dèi approvavano il leader, riducendo le contestazioni. I rituali univano la comunità nella pax deorum, canalizzavano le ansie collettive in azioni concrete, prescrivevano espiazioni che trasformavano eventi incontrollabili (un terremoto, un’epidemia) in problemi risolvibili attraverso procedure note.
Aruspicina, I-Ching, Tarocchi
| Sistema (origine) | Struttura / metodo | Logica / interpretazione | Uso / analogia moderna |
|---|---|---|---|
| Aruspicina (Etrusca) | Codice fisso, lettura viscere | Induttiva, regolata | Pubblico-politico → protocollo decisionale |
| I-Ching (Cina antica) | 64 esagrammi, combinazioni | Simbolica, filosofica | Personale-politico → algoritmo |
| Tarocchi (Europa rinascimentale) | Mazzo iconografico, estrazione | Narrativa, libera | Individuale → storytelling interpretativo |
Quello che resta, quello che manca
La vera eredità dell’aruspicina non sta nelle viscere di un animale sacrificato, ma nel tipo di pensiero che rappresenta. Gli etruschi e i romani avevano costruito un sistema nel quale ogni anomalia del mondo fisico era portatrice di significato, ogni segno era leggibile, ogni crisi era affrontabile con un protocollo. Era una forma di razionalità estesa, che includeva dimensioni (il sacro, l’imprevedibile, il morale) che il paradigma scientifico moderno ha progressivamente escluso dal proprio campo visivo.
Il passaggio dalla “divinazione ispirata” alla “magia naturale” del Rinascimento (cioè, fra le altre cose, i Tarocchi), e poi alla scienza galileiana, ha rappresentato un guadagno enorme in termini di precisione e potere predittivo. Ma ha anche prodotto un vuoto: quello delle decisioni ad alto rischio in condizioni di radicale incertezza, dove i dati non bastano e il calcolo si ferma.
Non è un caso che l’I-Ching cinese, strutturato come sistema binario di sessantaquattro esagrammi per mappare i cicli del mutamento, goda oggi di rispetto filosofico, mentre i Tarocchi restano confinati nell’area della “superstizione”: il primo somiglia a un algoritmo, i secondi a una narrazione. L’aruspicina etrusca stava esattamente nel mezzo, con i suoi codici fissi, le sue prescrizioni concrete, la sua integrazione nella governance dello stato.
Se oggi proviamo a fare un’analisi a cavallo tra l’ermeneutica e l’antropologia culturale, il punto sembra essere proprio questo. Non si tratta di riabilitare la lettura del fegato come pratica medica o strategica, ma di riconoscere che il pensiero antico aveva individuato un problema che il pensiero moderno non ha ancora risolto del tutto: come si decide quando non si può calcolare. Soprattutto, come si decide in modo non arbitrario ma strutturato e condiviso a livello istituzionale e sociale. L’aruspice non svelava la verità. Offriva però un metodo, un rito, un linguaggio per attraversare l’ignoto senza restarne paralizzati. Questo meccanismo, nella storia delle idee dell’umanità, non può essere dimenticato bollandolo semplicemente come una forma di superstizione senza alcun valore.
Questo articolo fa parte di una mini-serie di tre dedicati approfondimenti dedicati alla scienza dietro alcune pratiche divinatorie: I-Ching, Aruspicina e Tarocchi.
Alcune fonti di questo articolo:
- https://www.treccani.it/enciclopedia/aruspicina/
- https://www.treccani.it/enciclopedia/magia-e-divinazione-a-roma-astrologia_%28Storia-della-civilta-Europea%29/
- https://www.britannica.com/topic/Haruspices
- https://www.britannica.com/topic/haruspicy
- https://www.britannica.com/topic/augur
- https://en.wikipedia.org/wiki/Haruspex
- https://en.wikisource.org/wiki/1911_Encyclop%C3%A6dia_Britannica/Haruspices
- https://www.cambridge.org/core/journals/journal-of-roman-studies/article/ciceros-response-of-the-haruspices-and-the-voice-of-the-gods/939382C183F7DD41DAFAB467D7826B17
- http://dx.doi.org/10.20975/jcskor.2021..59.87
- http://hdl.handle.net/1974/24984

