Quando nel febbraio del 1986 Steve Jobs acquista per dieci milioni di dollari la divisione grafica della Lucasfilm, nessuno immagina che quella piccola squadra di visionari stia per cambiare per sempre il cinema (o che l’avrebbe rivenduta a Disney per più di sette miliardi di dollari).

La nuova azienda è battezzata Pixar dal nome del computer che produceva, il Pixar Image Computer. Non vende hardware per fare rendering: vende futuro. E lo fa con una determinazione che trasformerà l’animazione da tecnica artigianale in scienza computazionale. I personaggi chiave sono I fondatori chiave della Pixar sono Ed Catmull e Alvy Ray Smith. Invece, il genio creativo fondamentale è stato John Lasseter, regista dei primi capolavori, affiancato da figure chiave come Pete Docter.

Il primo decennio è una traversata nel deserto. I cortometraggi le danno visibilità, ma la tecnologia per fare veri film ancora non c’è. Il mercato è minimo: pochi fotogrammi costosissimi richiesti da grandi produzioni di Hollywood come la sequenza “Genesis Effect” di Star Trek II L’ira di Kahn.

Manca ancora un modello di business sostenibile. Come si fa? Pixar sopravvive vendendo workstation molto costose che quasi nessuno compra, e producendo cortometraggi che servono principalmente a dimostrare la potenza del software proprietario. Il ruolo del fondatore di Apple è chiave: Jobs investe oltre cinquanta milioni di dollari del suo patrimonio personale per tenere in vita lo studio.

La svolta arriva nel 1991 con l’accordo Disney: tre film in computer grafica per ventisei milioni di dollari. È una scommessa folle. Nessuno ha mai realizzato un lungometraggio interamente digitale. Pixar, cioè i geni creativi dietro le workstation, è convinta che si possa fare. E lo fa.

Coco è sempre Coco (Immagine Disney-Pixar)
Coco è sempre Coco (Immagine Disney-Pixar)

La rivoluzione tecnica nascosta

Il primo si chiama Toy Story. Esce nel 1995 ed è una vera bomba: incassa 373 milioni di dollari. Ma il vero tesoro non sta nella montagna di soldi che vengono guadagnati dalla Disney e dalla Pixar stessa. Invece, sta nella tecnologia sviluppata per renderlo possibile. Il sistema RenderMan, nato nei laboratori dell’azienda, diventa lo standard industriale per la computer grafica. Viene utilizzato in centinaia di film, da Jurassic Park a Matrix, da Titanic al Signore degli Anelli. Ogni volta che c’è una scena “artificiale” per quindici anni c’è dietro RenderMan, o quasi.

L’impatto è strabiliante e durissimo: l’intera industria degli effetti speciali, che fino a quel momento faceva complessi effetti analogici con modellini e maschere sulla pellicola, ‌viene riscritta da cima a fondo, le produzioni tradizionali vengono spazzate via dalla nuova ondata digitale.

Bastano i numeri a dirlo. Nel 2006, quando Disney acquista Pixar per 7,4 miliardi di dollari, lo studio ha prodotto sette film con un incasso complessivo di 3,7 miliardi. Ma il valore reale sta altrove: nei brevetti, nelle tecnologie, nelle competenze. Ogni film è un laboratorio di ricerca applicata che spinge i confini della fisica computazionale. Per simulare i capelli di Sulley in Monsters & Co servono algoritmi nuovi. Per l’acqua di Alla ricerca di Nemo occorre riscrivere le equazioni della fluidodinamica. Gli abiti degli Incredibili richiedono simulazioni mai tentate prima.

La ricerca scientifica dietro ogni produzione è documentata in centinaia di paper accademici. Perché quelli di Pixar sono veri ricercatori, che pubblicano su riviste specializzate, partecipano a conferenze di computer grafica, collaborano con università. Il rendering di Ratatouille richiede lo sviluppo di nuove tecniche per gestire l’illuminazione globale. Cars necessita di shader innovativi per le superfici metalliche. Wall-E spinge la simulazione della polvere e dei detriti a livelli mai visti.

Wall-E (Immagine Disney-Pixar)
Wall-E (Immagine Disney-Pixar)

L’economia del talento

Ma Pixar non rivoluziona solo la tecnica: ridefinisce l’organizzazione della creatività. Il Brain Trust, gruppo di registi e produttori che si riunisce regolarmente per criticare i progetti in corso, diventa un modello di gestione della conoscenza studiato nelle business school. La filosofia dello studio ribalta le gerarchie tradizionali: chiunque può fermare la produzione se nota un problema. Le idee viaggiano dal basso verso l’alto, non viceversa.

Il modello economico è altrettanto innovativo. Pixar non produce film in serie: costruisce franchise. Toy Story genera quattro film, merchandise per miliardi di dollari, parchi a tema, videogiochi. Cars diventa un impero commerciale con incassi dal merchandising superiori a quelli cinematografici. La strategia è sofisticata: ogni film deve funzionare come opera autonoma ma anche come tassello di un universo narrativo più ampio.

Simpatici mostriciattoli (Immagine Disney-Pixar)
Simpatici mostriciattoli (Immagine Disney-Pixar)

Il dominio dell’Academy

Per quasi venticinque anni, dal 2001 al 2025, Pixar ha dominato gli Oscar per il miglior film d’animazione con una regolarità impressionante. Undici statuette in ventiquattro edizioni del premio. La concorrenza viene letteralmente annientata: DreamWorks, Blue Sky Studios, Sony Animation faticano a tenere il passo. Anzi, da un certo punto di vista si può dire che migliorano grazie a Pixar: per riuscire a tenere il passo devono spingersi dove probabilmente non avrebbero mai osato. L’egemonia di Pixar non è solo commerciale ma culturale. L’azienda stabilisce cosa significa “animazione di qualità” e costringe tutti gli altri a inseguire.

Oggi, quarant’anni dopo la sua partenza ufficiale, lo studio vale molto più dei 7,4 miliardi pagati da Disney nel 2006. Le tecnologie sviluppate continuano a generare royalties, i film rimangono nel catalogo Disney+ come contenuti evergreen, i parchi a tema basati sui suoi personaggi attirano milioni di visitatori.

In quarant’anni Pixar non ha solo inventato un nuovo modo di fare cinema: ha costruito un ecosistema che integra ricerca scientifica, produzione industriale, narrazione e business. Ha trasformato l’animazione da arte artigianale in scienza applicata e, nel processo, ha cambiato il modo in cui tutti noi guardiamo le storie. E ha costretto la concorrenza a investire, accelerare, migliorare, per tenere il passo e non scomparire. Pixar, possiamo dire, ha cambiato per sempre il settore dell’animazione.

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