Gli appassionati del vinile hanno una misura che conoscono a memoria: 30×30. Sono le dimensioni in centimetri della copertina degli album. Oggetti di modernariato e da collezione anch’essi. Invece, c’è un’altra coppia di numeri che sta riemergendo dalle nebbie del passato: 7×7. È la dimensione del MiniDisc, un autentico gioiello tecnologico che non ha mai avuto la gloria che meritava ma che oggi sta tornando in auge fra gli appassionati. Con una tecnologia basata su un supporto magneto-ottico.

Nel 1992 Sony lanciò questo piccolo disco contenuto in una sottilissima custodia di plastica da 7×7 centimetri, che combina la qualità del CD con la praticità delle musicassette. Era l’era in cui il Walkman dominava ancora il mercato e il colosso giapponese sognava di creare un’alternativa portatile al massiccio lettore CD. Un sostituto delle musicassette, appunto. Con il suo algoritmo ATRAC capace di comprimere l’audio mantenendo una qualità sorprendente, il MiniDisc era un miracolo di ingegneria che prometteva 74 minuti di musica in uno spazio minuscolo. E lo faceva con una tecnologia magneto-ottica superiore sia al supporto magnetico delle nastrocassette (che tende a smagnetizzarsi) che a quello dei futuri CD rimasterizzabili (che hanno un limite nelle riscritture. La tecnologia magneto-ottica è basata su un laser che ha funzione di pre-scrittura: “scalda” il materiale del piccolo disco, che diventa riscrivibile magneticamente ma perfettamente stabili a temperatura ambiente. Ogni MiniDisc ha una capacità

Un MiniDisc e una batteria stilo AA (Immagine Wikipedia)
Un MiniDisc e una batteria stilo AA (Immagine Wikipedia)

L’evoluzione del formato ha visto dispositivi sempre più piccoli, leggeri e sofisticati che hanno fatto impazzire il Giappone. Il primo MZ-1 del 1992 era un mattoncino rispettabile ma poco portatile, mentre l’ultimo gioiello della serie, l’MZ-RH1 del 2006, era sottile quasi quanto una batteria del suo antenato. Tra i due modelli c’è stata un’intera generazione di apparecchi sempre più eleganti, maneggevoli e tecnologicamente avanzati. Decine e decine di modelli creati da Sony e dalle aziende che avevano deciso di partecipare al formato: Aiwa, Technics, Sharp e decine di altre. I dispositivi hanno conquistato lo status di culto in Giappone, mentre in Occidente hanno mantenuto un profilo più basso, schiacciati tra il dominio del CD e poi, dalla fine del 2001, dall’avvento dell’iPod. In parte bloccati dai limiti imposti artificialmente usi supporti per la protezione anti-copia dei CD (negli anni Novanta Sony era proprietaria anche della casa discografica Warner).

In parte anche i prezzi molto elevati in Europa e negli Usa sia degli apparecchi che dei dischetti (anche rispetto al prezzo dei CD e dei Cd masterizzabili) hanno tagliato le gambe al mercato. In Giappone, invece, dove il prezzo della musica su CD è sempre stato molto elevato, il MiniDisc era effettivamente molto conveniente. Ed essendo piccolo permetteva, a chi aveva un amico con un CD interessante o lo noleggiava, di potersi creare una discoteca a prezzi molto più contenuti in un’epoca in cui il download illegale ancora non era iniziato e lo streaming era di là da venire.

La rivincita di un disco piccolo piccolo

Poi, tutto è finito. Sony ha chiuso le fabbriche: niente più lettori nuovi e adesso niente più dischetti. La fine. O no?

Il lettore e registratore Sony MZ-RH1 (Immagine Wikipedia)
Il lettore e registratore Sony MZ-RH1 (Immagine Wikipedia)

Quello che sembrava un capitolo chiuso della storia della tecnologia sta vivendo oggi una sorprendente rinascita. Proprio come è accaduto per il vinile, una fascinazione nostalgica sta riportando in vita questo formato, spingendo un numero crescente di appassionati a riscoprirne il fascino. Il mercato dell’usato vede una risalita dei prezzi sia per i lettori che per i dischi vergini, mentre fioriscono community online dedicate allo scambio di consigli e opinioni. La combinazione di qualità audio, design distintivo e quell’inconfondibile esperienza tattile sta conquistando anche chi non ha vissuto l’epoca d’oro del formato.

Ciò che rende il MiniDisc così speciale, oltre al suono sorprendentemente buono, è la sua incredibile versatilità. A differenza del vinile, questi piccoli dischi permettevano di registrare, cancellare e riorganizzare le tracce direttamente dal dispositivo, dando agli utenti un controllo senza precedenti sulla propria libreria musicale. Con l’introduzione delle modalità MDLP, era possibile raddoppiare o addirittura quadruplicare la capacità di registrazione, portandola fino a 320 minuti per disco da 80 minuti (la dimensione massima dei supporti MiniDisc). La funzione anti-skip, poi, rendeva l’ascolto in movimento un’esperienza fluida, superando uno dei principali limiti dei lettori CD portatili dell’epoca.

Da punto di vista tecnico, i MiniDisc erano dei piccoli prodigi: nel formato 7×7 erano contenuti fino a 145 MB nei dischi da 80 minuti. Esisteva sia una variante MD Data da 140 MB (non compatibile con i lettori audio) e una Hi-MD lanciata solo nel 2004, con capacità di 1 GB, che permetteva di formattare anche i MD audio tradizionali portando la loro capacità fino a 305 MB (ma li rendeva incompatibili con tutti i vecchi lettori).

Tuttavia, il fascino del MiniDisc risiede anche nella sua natura ibrida, a metà strada tra l’analogico e il digitale. Il supporto fisico per la musica digitale, che però veniva copiata soprattutto in via analogica (con un semplice cavetto audio), è irresistibile. Nell’era dello streaming, dove la musica è diventata un bene intangibile, questi piccoli dischi rappresentano un ritorno alla fisicità, alla materialità dell’esperienza musicale. Una nastrocassetta postmoderna che compare anche in qualche film come “formato del futuro”. E poi l’atto di inserire un disco, il suono meccanico del caricamento, lo scorrimento della testina, la gioia di sfogliare una collezione tangibile: sono sensazioni che i servizi di streaming non potranno mai replicare. E c’è anche quel piacere un po’ snob di utilizzare un formato che in pochi conoscono e ancora meno possiedono.

Il lettore e registratore Sony MZ N707 Walkman (Immagine WIkipedia)
Il lettore e registratore Sony MZ N707 Walkman (Immagine WIkipedia)

Il futuro è una collezione

Il destino del MiniDisc sembra quindi quello di un oggetto di culto, destinato a una nicchia di appassionati e collezionisti. La sua storia travagliata, con quel successo mancato per un soffio in Occidente, lo rende ancora più affascinante agli occhi di chi ama le storie di tecnologie “quasi perfette”. Come format non ha mai veramente fallito ma è stato semplicemente superato dagli eventi, trovandosi schiacciato tra due epoche tecnologiche. La qualità costruttiva dei lettori Sony, con i loro chassis in metallo e meccanismi di precisione, contrasta con la natura usa e getta dei dispositivi moderni.

La comunità dei fan del MiniDisc è piccola ma appassionata e in costante crescita, con un sorprendente mix demografico. Sui social, ad esempio Reddit, Facebook e ora anche TikTok, se si cerca “minidisc” come parola chiave si trovano foto di collezioni, guide per la manutenzione dei vecchi lettori e tutorial per i neofiti della Gen Z che si avvicinano per la prima volta a questa tecnologia. I prezzi dell’usato variano enormemente: si possono trovare lettori base a poche decine di euro, mentre i modelli più rari e ricercati come l’MZ-RH1 possono superare i 500 euro in buone condizioni. I dischi vergini, non più prodotti da anni, sono diventati oggetti da collezione, specialmente quelli colorati o in edizione limitata che attirano particolarmente i collezionisti alla ricerca di oggetti unici da mostrare sui social.

Un MiniDisc a marchio Memorex (Immagine Wikipedia)
Un MiniDisc a marchio Memorex (Immagine Wikipedia)

Dalla Gen X alla Gen Z

Tra l’altro, sarebbe facile liquidare il revival del MiniDisc come semplice nostalgia da Boomer o Gen X. Invece, la realtà è molto più sfumata e interessante. Se per chi oggi ha più di 40 anni il MiniDisc rappresenta un ritorno al passato, per i nativi digitali della Gen Z è una scoperta affascinante. Questa generazione, cresciuta in un mondo completamente digitale, sta manifestando un’inaspettata fame di esperienze fisiche e tangibili. La stessa generazione che ha trainato la rinascita del vinile, delle fotocamere analogiche a pellicola e persino delle musicassette, sta ora esplorando l’universo del MiniDisc come parte di una più ampia “retromania tecnologica”.

Per i ragazzi di oggi infatti il MiniDisc non è nostalgia ma un oggetto di design con un’estetica futuristica che paradossalmente appare “nuova” e “fresca”. Sui social proliferano video di ragazzi che non erano ancora nati quando sono arrivati i MiniDisc ma mostrano orgogliosi le loro nuove scoperte vintage, dal primo Walkman MiniDisc trovato in un mercatino all’ultima compilation personalizzata. Non cercano semplicemente tecnologie obsolete, ma esperienze autentiche in un mondo dominato dall’effimero. Il tempo necessario per creare una compilation su MiniDisc (gli anglosassoni li chiamano “mixtape”, da noi erano le “cassettine”), la cura nella selezione dei brani, persino la limitazione dello spazio disponibile diventano parte di un rituale che contrasta con l’immediatezza dello streaming.

Il MiniDisc sta così vivendo una seconda giovinezza trasversale alle generazioni. In un mondo dominato dalla smaterializzazione della musica, questo piccolo disco che unisce il meglio di due epoche continua ad attrarre sia nostalgici che nuovi appassionati. Non diventerà mai popolare come il vinile, anche perché i costi industriali di creare nuovi lettori e nuovi dischi sarebbero elevatissimi e poi i brevetti delle tecnologie sono proprietari di Sony. Tuttavia, il fascino discreto de MiniDisc sembra destinato a crescere. E forse, come tutti i formati di nicchia, parte del suo fascino sta proprio nell’essere un piccolo segreto condiviso tra iniziati di età diverse, un ponte inaspettato tra generazioni apparentemente lontanissime.

Alcune fonti di questo articolo: