Non puoi comprare Linux. È ovunque e nessuno lo paga. Alimenta i supercomputer, regge gran parte di Internet, vive dentro ogni smartphone Android ma anche dentro i server delle stesse aziende che un tempo lo consideravano una minaccia.

Eppure non si compra: si scarica gratis. È un paradosso solo in apparenza. In realtà Linux è uno dei più riusciti modelli economici dell’era digitale: un’infrastruttura globale costruita in modo aperto, finanziata dalle grandi imprese e governata da una comunità tecnica.

Per capire perché Linux è gratuito bisogna guardare non alla sua origine romantica (lo studente finlandese Linus Torvalds che scrive codice nella sua stanza) ma all’ecosistema industriale che negli ultimi trent’anni si è formato attorno a quel codice. Le sorprese non mancano.

Il ragazzo di Helsinki e le diecimila righe

Nel 1991, Linus Torvalds era uno studente dell’università di Helsinki con un problema pratico: il sistema operativo MINIX, usato a scopo didattico, non faceva quello che voleva. Annunciò su Usenet, la rete di discussione dell’epoca, che stava scrivendo un kernel per suo uso personale e che probabilmente non sarebbe diventato niente di grosso. Quel kernel contava 10.239 righe di codice. Oggi ne conta oltre 40 milioni.

Ma la vera svolta non fu tecnica, fu giuridica. Torvalds scelse di rilasciare Linux sotto la Gnu General Public License (Gpl), la licenza pensata da Richard Stallman e dalla Free Software Foundation come strumento di una filosofia radicale: il codice deve essere libero. Chiunque può usare Linux, modificarlo, ridistribuirlo, a condizione però di rendere pubblico qualsiasi cambiamento. Questo meccanismo si chiama copyleft e funziona come una clausola virale in senso virtuoso: la libertà si propaga obbligatoriamente attraverso ogni derivato.

Senza la Gpl, Linux sarebbe probabilmente diventato un progetto accademico destinato a sparire o a essere assorbito da qualche grande azienda. Con la Gpl è diventato un bene comune tecnologico, inaccessibile a qualsiasi acquisizione ostile.

IBM comprò il supporto, non il software

Trent’anni dopo, IBM ha speso 34 miliardi di dollari per acquistare Red Hat, un’azienda la cui intera ragione di esistere è vendere contratti di assistenza tecnica su un software che chiunque può scaricare gratuitamente. È un paradosso, ma la più grande acquisizione software della storia è stata costruita attorno a qualcosa disponibile a costo zero. Capire il perché cambia tutto il modo in cui si guarda al cosiddetto software libero.

La Linux Foundation, il consorzio non-profit che coordina e ospita l’infrastruttura del progetto, ha dichiarato ricavi per 311 milioni di dollari nell’ultimo anno disponibile. Di quella cifra, solo 8,4 milioni, pari al 2,6 per cento, sono andati direttamente allo sviluppo di Linux. Il resto finanzia circa 1.500 altri progetti open source, eventi e programmi di formazione. Ogni grande azienda tecnologica tra le prime cento al mondo per capitalizzazione è membro pagante.

Chi scrive il codice, concretamente, chiarisce ancora meglio il quadro. L’84 per cento delle modifiche al kernel nel 2025 provengono da sviluppatori assunti da aziende private. Intel è il principale contributore. Google è secondo. Huawei, Oracle, Amd e Meta hanno ingegneri che lavorano su Linux a tempo pieno. Oltre 1.780 aziende pagano dipendenti per contribuire a un progetto che distribuiscono poi gratuitamente.

Linux è usato anche in quasi tutti i sistemi embedded, come quelli per l'intrattenimento a bordo degli aerei (Immagine Wikipedia)
Linux è usato anche in quasi tutti i sistemi embedded, come quelli per l’intrattenimento a bordo degli aerei (Immagine Wikipedia)

Il costo condiviso di un bene comune

La logica economica sottostante non è carità industriale ma calcolo razionale, e vale la pena esplicitarla. Le aziende contribuiscono a Linux per tre ragioni strutturali. La prima è la riduzione dei costi infrastrutturali: invece di sviluppare ciascuna il proprio sistema operativo di base, condividono il costo di mantenere una piattaforma comune. La seconda è il controllo tecnologico: usare Linux significa poterlo modificare secondo le proprie esigenze, cosa impossibile con software proprietario. La terza è la standardizzazione: collaborare sullo stesso nucleo evita la frammentazione tecnica e consente a un ecosistema vastissimo di fornitori e clienti di parlarsi.

Il risultato pratico è misurabile. Uno studio pubblicato nel 2024 dalla Harvard Business School ha calcolato quanto costerebbero le aziende se tutto il software libero e open source sparisse dall’oggi al domani: 8.800 miliardi di dollari in più ogni anno, tre volte e mezzo rispetto alla spesa attuale. E quel calcolo non includeva neanche i sistemi operativi come Linux.

Quello che gli utenti e le aziende installano concretamente non è mai il kernel puro, ma una distribuzione completa: Red Hat Enterprise Linux per i server aziendali, Ubuntu per gli sviluppatori, Debian come base di molti altri sistemi. Il kernel è lo strato più basso, invisibile; le distribuzioni sono il prodotto finito. Su questo livello si costruiscono le attività commerciali.

Il cancro che fa girare i server di Microsoft

La cifra più paradossale di tutta la storia riguarda Microsoft. Nel 2001, l’allora amministratore delegato Steve Ballmer definì Linux «un cancro» che minacciava la proprietà intellettuale dell’industria tecnologica. Oggi oltre il 65 per cento delle macchine virtuali nel cloud di Microsoft gira su Linux. Amazon Web Services e Google Cloud sono ancora più esposti, entrambi sopra il 90 per cento.

Ogni smartphone Android, circa tre miliardi di dispositivi in uso nel mondo, ha Linux nel nucleo. Tutti i 500 supercomputer più potenti al mondo lo usano. Il 96 per cento del primo milione di siti web per traffico gira su Linux. L’infrastruttura digitale globale, nella sua parte più silenziosa e fondamentale, è costruita su un progetto nato da un ragazzo a Helsinki con un problema pratico e una licenza scritta da un idealista del Massachusetts.

Eppure questa infrastruttura non ha creato miliardari. Perlomeno, non secondo lo standard dei ricconi della Silicon Valley. Certo, negli ultimi anni Torvalds grazie a Linux ha uno stipendio (dato dalla Fondazione) di circa 1,5 milioni di dollari l’anno. Se lo merita? Bisogna considerare che Torvalds non solo gestisce quotidianamente lo sviluppo di Linux, ma ha anche costruito Git, lo strumento di controllo versione su cui gira la quasi totalità del software sviluppato in maniera collaborativa sul pianeta e soprattutto è il motore di GitHub, che è stata comprata da Microsoft per 7,5 miliardi di dollari. Due infrastrutture essenziali per l’intera industria tecnologica mondiale, opera della stessa persona.

L’infrastruttura che non si vede

Linux somiglia alle strade o ai protocolli di Internet: nessuno lo possiede, tutti lo usano, il costo è distribuito tra chi ne beneficia. Il software libero non è gratuito perché non costa nulla produrlo, ma perché il costo è condiviso tra migliaia di organizzazioni che trovano più conveniente contribuire che costruire da zero.

È il più grande progetto collaborativo di ingegneria nella storia umana, finanziato dalle stesse mega-corporazioni che avrebbe dovuto rimpiazzare. Non è un’ironia della storia: è esattamente il modo in cui funziona e il motivo per cui ha avuto così tanto successo.

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